Intervista con Luigi Manca di Cristina Cagnazzo

8 ottobre 2013 alle ore 18.21

“L’arte astratta è solo pittura. E il dramma?”, si chiedeva Picasso. Laddove l’astrazione è pura sublimazione non si può ascrivere il percorso pittorico di Luigi Manca. La sua è una ricerca tecnico-cromatica che filtra anni di esperienza umana e di dialogo con lo stile, con il design, con il bello e con l’equilibrio formale. Un dialogo introiettato e poi espulso, con una sorta di rapporto osmotico, sul supporto pittorico, che, imprevedibilmente, si fa materia, non consentendo di discernere più tra la tecnica esperita, la base materica su cui viene impressa, il soggetto raccontato e la sua veste coloristica.

L’artista non vuole che vi sia una distinzione tra queste tradizionali componenti dell’opera, né potrebbe snaturare il percorso - tanto manuale quanto concettuale -, che ne rappresenta il fondamento. Un sentiero che si snoda, lavoro dopo lavoro, diacronicamente, sfoltendo, affinandosi, essenzializzandosi, minimizzandosi.

Luigi Manca opera con la carta colorata - declinata nelle sue lacerazioni, trasparenze, leggerezze o giustapposizioni, che plasmano cromie - con pazienza certosina, finché, tra fogli impregnati di colle, asciugature, nuove sovrapposizioni del materiale e ricercati effetti di fusione del colore, non perviene a un’astrazione geometrica venata di un profondo espressionismo, da cogliersi nelle sfumature, nell’indefinitezza di alcuni passaggi tonali, mai aggressivi, mai violenti. Tanto garbati da potersi adattare ai dictat del design, è vero, ma anche tanto garbati da svelare un animo gentile in tutta la sua onestà intellettuale. Nulla è forzato nelle scelte, nelle ispirazioni e nei riferimenti. Così come l’artista dichiara che nulla debba essere mai imposto all’osservatore, il quale modula il proprio vissuto su ciò che vede, non viceversa.

Il gioco dei contrari, le linee chiare, ma non esasperate, sempre mediate da ricercate sfumature - ottenute mediante un sapiente ricorso al “tono su tono”- richiamano alla mente quell’equilibrio dinamico tra cielo e terra, cui solo Mondrian seppe guardare con estrema lucidità, teorizzandolo in una sorta di sempiterna concordia oppositorum. Eppure del maestro qui c’è solo un’inconscia affinità di pensiero, un affine sentire quella dimensione sottesa al contrasto, che non è un “nessun luogo”, ma è un livello chiaro di presenza metafisica dell’io, per quanto passionale esso sia. Non un limbo, ma una sorta di daath dal quale è possibile accedere tanto alla purezza essenziale quanto alla terrena solidità ottusa e volubile di una materia pregna di collanti e leganti.

Le gamme tonali di Manca e alcuni linearismi talvolta viaggiano, involontariamente, sui solchi di Kandinskij, poiché ogni equilibrio alla Mondrian è rotto da un sentimento espressionista, il quale non ha nulla di cupo, bensì trova la sua dimora naturale in una luce solare, che svela la propria natura positiva, propositiva, fecondante e costruttiva. L’artista - reduce da un’esperienza nel mondo della fotografia, lungamente intesa come un processo tutt’altro che oggettivante, piuttosto pittorico, con il suo compiersi nello svolgersi del tempo - non frammenta l’identità per analizzarla al microscopio, non compone collage che diano voce a una realtà multiforme, bensì crea, e lo fa con l’ausilio di una materia composta, nutrita e impregnata di affastellamenti di cellulosa, che si sposano per costituire, studiatamente, un corpo unico.

Se si cercasse una definizione a questa tecnica, si dovrebbe pensare insistentemente a quanto il colore sia insito già nella materia stessa: “carta su carta”, verrebbe da dire, pura fusione del soggetto, dell’oggetto, del colore, del supporto, dell’elemento materico in un’esperienza sensoriale e concettuale unitaria e universalizzante, che nasconde un processo mentale aprioristico e ben delineato. In tale sperimentazione, figlia della contemporaneità, coesistono, però, una pazienza manuale e un lavorio artigianale che si fanno portavoce di un che di antico, di classico, di tradizionale, di italiano.

Manca è ingenuamente ispirato da frammenti di grafica pubblicitaria variamente scollati su porzioni murarie, captati on the road, in giro per il mondo, ed è dichiaratamente lontano dagli intenti insiti nei decollage di Mimmo Rotella, che prelevava furtivamente pezzi di manifesti strappati e sovrapposti. Se il maestro voleva intenzionalmente rappresentare una realtà frantumata, non è questo il caso dell’artista leccese. Poiché qui tutto è Uno. Come un enorme lenzuolo di colori fusi nella luce. Perché il bianco dello sfondo, del supporto cartaceo artigianale, in qualche modo permane, non viene messo a tacere dal colore, mai. È come un rumore di fondo, o forse dovremmo dire una soundtrack. Complessità di visione, sì, ma nell’unità e nella costruzione di una forma vivae pulsante, non all’insegna di una disintegrazione compositiva che si faccia anche decostruzione conoscitiva.

Dal suo curriculum ne consegue una maturazione nel solco della percezione della bellezza. I suoi più recenti lavori sono punto d’arrivo di una lun ga storia personale improntata su un’idea di buon gusto plasmatasi nella multiculturalità, ma sono anche l’esordio e la presa di coscienza di una personalità artistica che riserverà ancora molte sorprese, sulla lunga distanza.

Cristina Cagnazzo

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